lo star bene quotidiano

non è vero che cerchiamo il ritorno alla normalità, che è quella del pre-lockdown. cerchiamo, invece, il protrarsi della quotidianità senza che questa cambi cogliendoci di sorpresa.
ho fatto questa riflessione ieri, in ditta, mentre ascoltavo la conversazione tra due colleghi in cui uno dei due si chiedeva come mai un terzo collega non scrivesse più sulla chat di ufficio, creata il primo giorno a casa per la pandemia e dalla quale me ne sono uscito di lì a poco.
avrà di meglio da fare, mi sono detto.
c’è poco da fare: pretendere di riportare indietro il tempo non si può e immaginare un mondo senza mascherine e vaccini rimane solo una utopia, bella quanto si vuole ma pur sempre una utopia.

allo stesso modo, stamattina sono uscito per fare una commissione approfittando del giorno di ferie concesso a sorpresa (quando il personale comanda i capi ubbidiscono) e mentre passeggiavo ho mandato un messaggio vocale alla mia amica ex farmacista. le ho chiesto come stava dato che l’ultimo suo messaggio era sul triste andante.
una volta che ho inviato il messaggio mi sono sentito bene e ho capito che ero arrivato alla soluzione di quel dubbio interiore che da tempo covavo nei suoi confronti. ci diciamo di vederci ma alla fine non lo faccio e io per primo non ho voglia di andare da lei.
l’amicizia rimane ma la si può mantenere attraverso un canale che per me è meno impegnativo. se ci sarà occasione di vedrai in centro per una mostra o a teatro ben volentieri. altrimenti io rimango a casa che sto bene così.

le ore piemontesi

Diocesi di Torino » Le campane della Diocesi ai tempi del coronavirus

A l’é ‘n bòt = è l’una
A l’é dui bòt = sono le due
A l’é dui bot e mes = sono le due e mezza
A l’é tre bot = sono le tre

in piemontese per indicare l’ora, tra l’una e le tre, si usa il sostantivo “bot” che si può tradurre con “rintocco”. sono ammesse le mezze ore “mes” e i quarti d’ora “quart”.
Fa eccezione le dodici e mezza che si dice “A l’è mes bot”

dalle quattro in avanti si usano i numeri; ad esempio “A l’è quatr ure”

il medio evo

torino non è una città medievale. dal periodo romano si compie un balzo di cinquecento anni e si approda in pieno rinascimento.
del periodo di mezzo restano poche tracce a dimostrare che dopo la caduta dell’impero romano augusta taurinorum sparisce dai radar.
le vie del commercio cominciano a passare altrove e la via che vide passare annibale e i suoi elefanti rimane a disposizione dei franchi e delle loro razzie.

per questo motivo una mostra di arte medievale non capita tutti giorni ed è una occasione per rifarsi gli occhi con opere che qui non si vedono spesso.

la mostra che ho visto si svolge a palazzo madama che è il museo di arte medievale torinese. il pezzo forte del castello è la scalinata juvarriana, restaurata e consegnata ai visitatori.

un bel giro e una bella passeggiata in centro, in un sabato mattina in cui ho voluto cercare la tranquillità e la spesieratezza della mente

13 bis

antefatto: venerdi sera. dopo il cinema (la padrina) e il kebab (buono) provo ad andare alla birreria dove andavo a vedere le partite della juve. l’insegna è accesa ed entro. scendo le due rampe di scale, facendo attenzione alla testa, e inquadro il padrone che si sta sollazzando con un bel piatto di pasta salsiccia e anduja. gli chiedo se ha ripreso a trasmettere le partite e annuisce non potendo rispindere con la bocca piena zeppa. esco dalla birreria e scrivo al mio collega: “domenica sera governor”, frase in codice per dire che possiamo vedere la juve.

ieri sera arriviamo verso le otto a prendere il tavolo. quello rotondo con due sedie nell’angolo a destra rispetto al maxischermo: un po’ come essere in curva. il numero del tavolo è il 13 bis ed è swmpre lo stesso, nel senso che scegliamo sempre il 13 bis. rispetto a due anni fa non è cambiato nulla: l’arredamento, i tavoli, le sedie, il bancone, la macchinetta dei cicles… solo le cameriere sono nuove. quella più carina, a mio avviso, prende le oedinazioni e due minuti dopo possiamo brindare con due medie chiare belle fresche.

postfatto: mentre rientro a casa e mi stringo nel 100 grammi perchèl l’aria è fredda, vado con il pensiero nel passato, alle serate in cui colmo di soddisfazione, o incazzato nero, rientravo a casa dopo al partita. le sensazioni ritornano, non importa a quanto tempo di distanza, ed è una bella sicurezza.

la padrina

La padrina - Parigi ha una nuova regina - Film (2019) - MYmovies.it

confesso che per isabelle huppert ho una particolare predilezione. la considero oltre che una attrice di alto livello anche una delle ultime dive del cinema, capace con uno sguardo o con un inarcare del labbro inferore di catturare la tua attenzione e non riuscire più a staccarti da lei.

non potevo perdermi il suo ultimo film e ieri sera sono andato a vederlo al cinema due giardini, che ha riaperto da poco.

la padrina potrebbe essere definito come una commedia venata di thriller oppure un thriller venato da commedi. un po’ come si vuole.

la storia è particolare, anche se un film simile e sempre francese uscì nelle sale qualche anno fa e si intitolava Paulette, ed è girata a parigi nel quartiere di Belleville a Parigi (lo stesso di Lupin di Netflix).

è un film molto al femminile in cui le donne sono le artefici della vicenda e gli uomini sono o sciocchi o violenti, tranne il fidanzato della huppert che in qualche modo riabilita il genere maschile.

da vedere e da lasciarsi andare sulla poltroncina come se la huppert stesse recitando per te.

gli ultimi due giorni

in questi ultimi anni si usa spesso il termine di “comfort zone” per indicare quella zona ideale all’interno della quale una persona si sente a suo agio e al sicuro.
tra parentesi “aborro” un termine simile come assonanza: friendzone

personalmente non mi piace parlare di comfort zone quando parlo della mia intimità cui tengo molto. preferisco affermare che ho dei confini netti e granitici che solo poche persone poosno attraversare, dietro ia approvazione.
come un castello cinto da un fosso pieno di coccodrilli e poi da mura merlate.

questo mi rende solitario? no, assolutamente no. mi rende indipendente? si, assolutamente si. mi rende meno simpatico? non lo so, chiedere agli altri.

i due giorni passati in ditta sono stati lunghi e difficoltosi: ho fatto fatica e ho dovuto usare molte energie per mantenere uno stato di serenità accettabile anche quando non vedevo l’ora di uscire e tornarmene a casa.
ai miei colleghi, a quelli che erano presenti, non voglio male e mi ci relaziono con tranquillità, ma, a differenza loro, non sono così voglioso e intenzionato a riportare tutto a come era prima. se loro sono contenti di ritornare a lavorare in ditta io non lo sono. mi adeguo perchè devo ma non cambio idea: da casa lavoro meglio.

c’è un lato positivo, comunque. oggi che sono a casa apprezzo di più l’essere seduto nel tinello con la radio accesa e le tabelle da compilare sul monitor del computer.

squid game

Squid Game, 5 gadget da non perdere - Wired

il gioco del calamaro, tradotto in italiano, è una serie coreana prodotta e trasmessa da netflix. consiste di nove puntate della lunghezza media di cinquanta minuti.
456 persone decidono di parteciapre ad un gioco con la promessa di ricevere una somma di denaro se riusciranno ad arrivare fino in fondo.

devo dire che dopo un primo momento di adattamento al doppiaggio inglese corredato da sottotitoli in italiano, le puntate sono filate via lisce in crescendo di tensione emotiva. la puntata numero sette è stata secondo me la più intensa e ipnotica.

da vedere senza ombra di dubbio per le tematiche sociali affrontate che fanno la sisntesi delle problematiche della società coreana, che non sono così diverse da quelle della società occidentale.

non una serie per cuori deboli

le magnifiche sette

c’è un’artista a torino che ha iniziato a dipingere le panchine di legno.
anche questa è stret art.

su ogni panchina è presente un qr-code che apre un link su youtube, come questo che è della prima, quella arcobaleno

ovviamente non tutte le panchine erano libere. alle persone che erano sedute ho chiesto cortesemente se potevano alzarmi e farmi fotografare le panchine perchè sto scrivendo un articolo. faccia da culo unita a sorriso e verità.