logica booleana

loso, non è facile spiegare il concetto di uno e zero ad una persona di una certa età che al telefono sta smadonnando e spara frasi in dialetto a macchinetta.
sto parlando di mia mamma che è una pentola a pressione in procinto di scoppiare.
il ricovero di mio papà in ospedale con il passare dei giorni l’ha resa suscettibile e molto nervosa.
io la capisco: una volta che papà sarà a casa dovrà accudirlo ed aiutarlo a muoversi nei primi giorni fino a quando non riacquisterà una giusta autonomia. si vede bloccata e messa in prigione, privata della sua libertà e soprattutto nel timore di commettere un errore o, peggio ancora, che mio papà inciampi in qualche ostacolo.
per la maggior parte sono pensieri che non portano a nulla, perchè andrà tutto bene. ma vaglielo a dire quando si lamenta del fato che “al’è nen bun a ciamè quandi lu lasu andè a cà…”; “a l’à dime seij nen, ambelesi ajie ‘d confusiun..”

mio padre quando va in crisi con il fisico entra in uno stato di confusione mentale che chi non lo conosce non si aspetta. diventa “molle”, come dice mia madre, e non “capisce un cazzo”

dopo la sfuriata ho atteso un paio di secondi è ho detto a mia mamma: se domani ci chiamano lo andiamo a prendere; se domani non ci chiamano non lo andiamo a prendere.
“ah, va bin”

pura logica, caro il mio gatto di schrodinger

sogna

non si è fatto ancora giorno quando apro gli occhi. dalla finestra filtra la luce lattiginosa dell’alba.
sono coricato sul lato sinistro, il mio peferito oltre ad essere quello in cui cerco il sonno.
durante la notte l’aria si è rinfrescata e, a quanto pare nel sonno, mi sono coperto con il lenzuolo.
chiudo gli occhi e mi giro sulla schiena e allo stesso tempo allungo le gambe.
continuo il movimento e mi appoggio sul fianco destro. gli occhi sono sempre chiusi e la luce è ancora debole.
allungo il braccio destro sotto il cuscino e con il braccio sinistro le cingo la vita. muovo il viso tra i suoi capelli che sanno di fiori e di buono.
“ti va di fare l’amore?” chiedo.
lei non risponde. non risponde mai.
sento la sua schiena contro il mio petto; il suo respiro sul palmo della mano destra; i suoi fianchi contro i miei.
gli occhi sono ancora chiusi per paura di svegliarmi e non trovarla più
c’è ancora tempo per addormentarsi e dormire un po’ prima che la sveglia suoni. e di continuare a sognare

il trocantere

non è un locale alla moda del tipo: “andiamo a fare due salti al trocantere…”

non è una canzone esitva del tipo: ” balli il trocantere / stai attento al sedere”

il trocantere è una parte del femore e per la precisione la sporgenza che si trova sotto il bacino e che sentiamo muovere quando comminiamo o corriamo; è quella parte del corpo delle modelle che muovono con ostentazione quando sfilano in passerella.

Artroprotesi di Anca | Dott. Marco Bove

ma è anche dove mio papà ha sbattuto cadendo, da fermo!, dalla bici procurandosi un frattura che è stata ridotta con l’inserimento di due viti.

il tutto giovedi mattina

fortuna vuole che non è caduto per strada ma sul marcicapiede davanti al bar dove era andato a prendersi un caffè. fortuna anche vuole che in quel momento è passata una camionetta dei carabinieri che si sono fermati avendolo visto cadere. hanno chiamato un’ambulanza e mio papà è stato portato al pronto soccorso dell’ospedale più vicino.

data l’emergenza sanitaria non è stato possibile vederlo e quando è stato operato giovedi sera lo abbiamo saputo perchè p stato lui, ancora euforico per l’anestesia, a chiamare mia mamma.

il tempo di recupero è da verificare ma dato che l’operazione è andata bene ci sono buone possibilità che non stia a lungo in ospedale. la riabilitazione la farà in casa, assistito da un fisioterapista dell’ospedale.

anche questa volta gli è andata bene e così ho detto al telefono quando l’ho sentito. lui ci ha riso sopra come a dire: “che vuoi che sia?”

quando ero bambino…

ero affascinato dalla lavatrice. dopo che mia mamma l’aveva avviata, stavo seduto a osservare il caleidoscopio di colori attraverso l’oblò.

le lavatrici di quegli anni, siamo nei 70, erano massicce, fatte di acciaio e ben pesanti. la loro solidità faceva concorrenza al granito. e anche per questo motivo erno rumorose.

ascoltavo quei rumori ritmici come se fossero un concerto di rumori e quando arrivava la centrifuga ecco che il pieno orchestrale si elevava su tutto per finire nella rotazione silenziosa del cestello, vuoto al centro.

questo ricordo mi è venuto in mente stamattina mentre ero all lavanderia a gettoni vicino a casa. osservavo le coperte che si rincorrevano all’interno del cestello, una chiara e una scura, come a crare il simbolo yin-yang.

per un po’ di anni abbiamo avuto anche la lavastoviglie che quando si è rotta mia mamma ha deciso di non farla riparare. era rumorosa anche lei anche se su una base ritmica diversa che mi ricordava un cavallo al galoppo e non un’orchestra.

nel film “dio esiste e vive a bruxelles” c’è una scena girata in una lavanderia a gettoni dove una delle lavatrici è il portale che collega il mondo terreno a quello superiore.

la lavatrice come simbolo di redenzione che lava i peccati dai panni sporchi?

socialità

da dopo il lockdown la voglia di uscire assieme ad altre persone è scesa ai minimi storici. non perchè ho iniziato ad odiare le persone, ma perchè sento di più l’esigenza di essere autonomo e indipendente nella gestione del mio tempo e dei miei interessi. misantropia ed egoismo in salsa piccante.

però ogni tanto mi concedo al volere pubblico e accetto degli inviti a uscire. ne ho ricevuti due di recente cui ho detto si. il primo stasera per una pizza con il gruppo yoga; il secondo martedi prossimo per un aperitivo con i colleghi.

con il gruppo yoga sono anni che organizziamo apericene e pizze assieme per passare un paio di ore in serenità e farsi due risate. ci vado volentieri e stasera sarà un’occasione per godere del relax derivato da conversazioni leggere.

l’aperitivo con i colleghi ha un sapore diverso. ci vado perchè voglio vederne un paio con cui ho continuato a sentirmi da casa. ci sarà anche l’ex direttore, da un mese in un’altra azienda, da cui starò a distanza.

la distanza di sicurezza è la regola d’oro di questi tempi e va rispetta, no? beh, io la sfrutterò a mio vantaggio.

in questo periodo mi sto chiedendo cosa voglio dalla mia vita; cosa desidero realmente per me stesso; se tutto ciò in cui credevo è ancora valido.

onestamente, non lo so. sono cambiato in fretta, in picchiata come uno spitfire della seconda guerra mondiale, e faccio fatica a starmi dietro.

live the day, victor. live the day

forse non abbiamo capito bene

che la pandemia non è affatto fnita e fare finta di niente è un invito a buttarsi giù nel burrone.

in pausa pranzo vado su instagram e la pima foto che vedo, seguita da altresullo stesso stile, è di una calciatrice della nazionale italiana che si fa ritrarre assieme alla compagnia di amici a milano marittima, in spiaggia, al bar e in albergo, allegramente abbracciati e senza mascherina.

controllo meglio perchè potrebbero essere foto dell’anno scorso e eni commenti leggo, scritto da lei, che le foto sono odierne.

ma dico io: sappiamo che ci sono dei nuovi focolai in italia e in europa; sappiamo che per evitare la diffusione del virus ci sono delle regole da seguire; sappiamo che i miracoli non esistono e che tocca a noi darci da fare…

oppure questo atteggiamento alla mi diverto finchè posso è una forma di reazione alla struzzo? non ti vedo per cui non esisti?

mi spiace che l’esempio non venga mai dall’alto e al contrario a guardare in alto ci viene il torcicollo

Pomeriggio cinema

Dopo la chiusura delle nostre vite in casa e successivamente della riapertura alla vita in generale, mi sono ritrovato a non sentirmi privato di nulla. La mia vita è cambiata adattandosi ai nuovi standard senza grossi problemi.

Di una cosa sento la mancanza: il cinema. Vorrei poter ritornare ai miei pomeriggi passati nel buio di una sala cinematografica immerso nella storia proiettata sullo schermo in empatia con il personaggio che sentivo più vicino.

Tra restrizioni e soprattutto assenza di nuove uscite per ora passo e ripiego sullo streaming, che male non è. Mi accomodo sul sofà e spicco il volo.

back in black

rientro a torino dopo tre bei giorni passati in montagna.

avevo voglia di casa, delle sue comodità, del suo spazio, del sofà.

scendendo verso la città ho incrociato per strada le colonne dei vacanzieri del weekend e tanti motociclisti. lungo la mia direzione, invece, nessuno.

la mia voglia di solitudine e di silenzio è stata appagata e non volevo si rovinasse con l’arrivo di troppe persone nelle case limitrofe.

tante persone uguale tanto rumore, quando invece è bello sentire il temporale che si allunga lungo la valle lasciando dietro di sè la sua eco.

La mia vita con briciola e tom (continua…)

Le mie intenzione erano delle migliori: passare qualche giorno in montagna al fresco e lontano dalla città per recuperare energie mentali e fisiche.

Non avevo fatto i conti con quel l’essere dispettoso che è tom, il riccio magico che “chiese” ospitalità una sera e da quel giorno non me lo sono più levato dalla gobba.

Per farla breve, ero fermo davanti ad una vetrina di un negozio di scarpe del budello centrale del paese quando sento l’aria vibrare e prima di dire “ma porca puttana…” tom si è materializzato con il suo classico “puff!” Insieme allo sfarfallio dei residui quantici di un salto nello spazio tempo

“Ciao amico. Come stai? E perché stai guardando una vetrina di scarpe femminili?”

“ ciao tom. Come mai qui? Hai forse perso la strada?”

“Sono passato a trovare briciola e mi ha detto che eri in paese.”

“Farsi un bicchierino di fatti propri voi due no?”

“Che brontolone che sei, amico. Abbiamo solo preso il sole e parlato di te qualche minuto.”

Alzo le spalle in segno di indifferenza e dico al riccio: “Se guardi bene a destra c’è una marca di scarpe che si chiama come te.”

Tom allunga il musino appuntito e con gli occhi rubino fissa lo sguardo sull’espositore con le scarpe Marca Tom.

“Potresti provare se trovi la misura” gli dico.

Lui si volta e mi risponde secco “Sono un maschio”

“E come faccio a saperlo? Finora ho visto solo un esemplare della tua specie. O devo dire genere?”

Tom non risponde. Quando fa così è perché ho scovato un punto debole nel suo modo di essere al di là delle dimensioni.

Rincaro le dosi. “Ma…. dimmi: voi ricci spaziali come vi riproducete? Penso che fare l’amore con tutti quegli aculei sia un po’ difficile”

Mi scappa una risatina sottile mentre tom rimane in silenzio.

“Non potresti capire. Voi terrestri sprecate la vostra esistenza alla ricerca di potere dispensando giudizi e non vi godete la vita.”

“E questo cosa c’entra?”

“Era per dirti che dovresti porti altre domande. Domande che ti portino a riflettere sulla tua condizione.”

Minchia, tom era entrato nella fase esistenziale. Pesantissima come un atomo di uranio arricchito.

“Va bene, stasera prima di addormentarmi mi interrogherò sul senso della vita. Ma non hai risposto alla mia domanda”

“Perché non c’è risposta. Noi esseri quantici esistiamo e non esistiamo allo stesso tempo. così come per il genere, siamo tutti allo stesso tempo. Nessuno però ne fa un problema perché per noi conta l’energia e non la forma che essa assume.”

“Quindi?”

“Quindi, caro amico mio, quelle scarpe non mi piacciono e se piacciono a te per me va bene.”

“Troppo buono. Se ho capito bene voi quantici non potete essere classificati in nessun modo perché nello stesso momento in cui siete un genere lo siete diversamente in un altro tempo o spazio.”

“Più o meno. “

“Quindi… in questo momento in un altro mondo o dimensioni c’è un tom femmina.”

“No! C’è tom. Solo tom.”

A quel punto l’aria vibra di nuovo. Tom se ne sta andando via.

“Devo salutarti, amico. A presto.”

Puff!

Si, i saluti di tom sono concisi, direi infinitesimali.

Lo stomaco manda segnali inequivocabili: ora di rientrare e mettere le gambe sotto il tavolo.

Ma tom cosa mangerà.? Crocchette quantiche?