messaggi da altrove

Dispatches from Elsewhere: la recensione della serie tv di e con ...

quando una serie tv calamita la mia attenzione e mi fa dimenticare di vedere altro, questo è il caso di dispatches from elsewhere

dieci puntate di cui l’ultima molto particolare.

tra i vari temi trattati quello che più spicca, e mi coinvolge, è la capacità di cambiare se stessi grazie al confronto con le altre persone.

si inzia con il riconoscere la propria situazione di difficoltà, ammettere che bisogna cambiare e infine trovare la via con l’aiuto, se possibile, di qualcuno.

quattro personaggi diversi e complementari. un mistero da risolvere e nel mezzo una storia d’amore. ce n’è per accontentare tutti i palati

ps. con gli anni sono diventato un romanticone e mi sono messo a fare il tifo per i due “piccioncini”

un piccolo proposito

percorrendo la lunga scala del miglioramento personale sono arrivato al gradino che recita “non te la prendere per il lavoro”. è da un po’ troppo tempo che sono fermo a questo livelloe mi è difficile superarlo.

venerdi scorso, complice la stanchezza fisica e mentale, mi sono innervosito per l’ennesimo cambiamento durante la stesura di un’offerta urgente.

ho dato la colpa alla disorganizzazione atavica lavorativa con cui convivo da anni, ma la vera colpa è stata mia perchè non sono riuscto a vedere oltre e mi sono limitato ad osservare le punte dei miei piedi.

il proposito di oggi è che se dovesse riproporsi una situazione analoga la mia reazione sarà di dire di si e agire come un automa, lontano dall’assumersi responsabilità non mie evitando di spingere sull’acceleratore.

non voglio rovinarmi le belle sensazioni del weekend apprna trascorso che ancora adesso sento dentro

forza alex

conosciamo tutti bene quei momenti in cui ci diciamo: ma chi ce lo ha fatto fare? ebbene, stamattina mi sono svegliato presto con il sonno compiuto e dopo colazione ho voluto cambiare i coperton della bicicletta. queli vecchi sono da pensionare e dato che domenica ho forato sono a rischio.

mi metto sul balcone all’ombra e inizio la manovra di stacco del copertone. minchia, non voleva uscire. tiro, spingo, schiaccio, alzo… passano i minuti e le gocce di sudore aumentano.

è stato sufficiente dire: porca puttana ora lo butto via, che con un bel click gommoso il copertone si è sganciato e ho potuto toglierlo dal cerchio. siamo a metà della prima ruota e sono tutto sudato.

prendo la gomma nuova, la calzo e scappa da un lato; la ricalzo dal lato opposto e ovviamente scappa. la camera d’aria prende vita e si divincola come una biscia impazzita. calma e gesso. qui ci vuole un po’ di pazienza. mi inginocchio in posizione yoga, quella sui talloni con le cosce bene perte, afferro il copertone e con i due pollici spingo a fondo. continuo per tutta la acirconfernza dino a chiudere il cerchio, se si può dire.

fisso la camera d’aria, passo all’altro lato della gomma e il gioco è fatto. gonfio la ruota per verificare che tutto sia a posto e passo alla seconda. mi toccherà faticare di nuovo come un mulo veneto?

no: a quanto pare ho già pagato dazio e la seconda ruota in pochi minuti è fatta.

cosa se ne deduce da questa esperienza? che è meglio andare dal ciclista se non vuoi sporcarti e faticare? o che è meglio fare da soli e a alla fine darsi una pacca sulla spalla contenti e soddisfatti?

ps. un pensiero va ad alex zanardi, vittima di un grave incidente ieri pomeriggio e in pericolo di vita

un buon caffè all’aperto

l’occasione per rivedere di persona alcuni colleghi non è stata delle più felici: sono appena rientrato dal funerale del papà di un collega.
Ci tenevo ad essere presente e dare un abbraccio al collega, rigorosamente con mascherina indossata.
è stato strano salutarsi con il volto coperto e sare i gomiti o il pugno chiuso al posto della stretta di mano. guardarsi negli occhi e non vedere l’espressione del volto è ancora fuorviante.
dopo mesi di dialogo virtuale la fisicità rimane una “cosa” estranea e nel mio caso poco desiderata. per meglio dire: da prendere a piccole dosi.
mi ha fatto piacere fare due chiacchiere e rivedere un ex-collega che avevo nominato mio erede lavorativo. è volontario in croce rossa e ne ha viste di cotte e di crude in tante notti di servizio.

ero in macchina con matrix, che si è offerto di passarmi a prendere a casa, e assieme al collega che abita in alta valle di susa siamo andati a prendere un caffè in un br, da seduti e all’aperto.
finalmente, mi sono detto con tutto il piacere di portarmi la tazzina alla bocca.
mi sono appropriato di questi cinque minuti in cui siamo stati attorno al tavolo a confortarci con la caffeina e a parlare di juve. questo si che mi mancava.
la movida non mi interessa: mi piacciono di più momenti semplici e spontanei dove non è obbligatorio divertirsi o fare chissà che cosa.

uso improprio di mascherina

in questo periodo si fa difficoltà a trovare una bicicletta in vendita e figuriamoci se uno ha bisogno di fare una riparazione o una revisione. il mio ciclista storico ha chiuso e si è ritirato dagli affari lasciano un bel numero di persone a grattarsi la pera.
per ora non voglio comprare on line i ricambi che mi servono (camere d’aria e copertoni tassellati): ho sempre pensato che per questi oggetti è meglio spendere di più ma toccarli con mano.
telefono ad un rivenditore che conosco ed è serio: quanto ci vuole per… a momenti non mi lascia finire: abbiamo na cinquantina di biciclette in coda da mettere a posto.
passo oltre.

premessa: quando vado in bicicletta per sport non indosso la mascherina per non rischiare di respirare anidride carbonica al posto dell’ossigeno. la mascherina sta nello zainetto in caso di necessità. quando pedalo per altri motivi la indosso, specialmente se il percorso è affollato da pedoni e famiglie in gita.

per cui, dopo il lavoro salgo in sella e vado da un ciclista scoperto qualche mese fa. la camera d’aria ce l’ha e la compro; i copertoni arrivano mercoledì. gli spiego cosa cerco e mi conferma che quel tipo gli arriverà. ottimo, ripasso.

cotento e soddisfatto ritorno a casa. prendo via tripoli che a quest’ora è trafficata e quando arrivo a pochi metri dall’incrocio con via gorizia una una macchina parcheggiata in doppia fila e mezza, quasi in mezzo alla strada, con i lampeggianti accesi impedisce la svolta a destra. dato che non voglio essere investito rallento e segnalo che devo deviare traiettoria. la macchina dietro di me rallenta e mi fa passare e quando arrivo all’altezza del malcapitato guidatore in sosta gli urlo: E LEVATI DAI COGLIONI, CAZZO!!!

detto da dietro la mascherina ha tutto un altro sapore.

domenica è sempre domenica

torino – venaria andata e ritorno, percorrendo piste ciclabili, strade di campagna e di ghiaia.

il contachilometri segna 48 chilometri quando arrivo sotto casa e in base alla sensazione di stanchezza che ho nelle gambe potrebbero essere 96.

questa volta il tempo è stato benigno e il sole ci ha accompagnato lungo tutto il percorso. lo snack al cioccolato che avevo nello zainetto si è mezzo sciolto a causa del caldo, ma l’ho mangiato comunque. mica scemo.

il mio soco di avventura mi chiede se sto correndo, gli rispondo che per ora di correre non se ne parla. ho già dato e la testa ha bisogno di altro. anzi, lascio che tutto vada per la sua strada senza impormi nulla. cerco di stare bene e di divertirmi.

a dirla tutta comincio a sentire la voglia di andare in centro a fare un giro e non è detto che sabato prossimo ci faccia un pensiero. forse è ora di ricominciare ad uscire, sempre per gradi.

e con mio piacere oggi a pranzo sono ritornato al ristorante cinese vicino a casa. dal lato sicurezza nulla da dire: tavoli distanziati, pulizia e mascherine bene indozzate. da quello gastronomico mi sono spanciato di gamberi e, appena rientrato, mi sono addormentato soddisfatto sul sofà

esperienze

la mia misantropia con il passare del tempo ha raggiunto un livello soddisfacente. i contati personali sono ridotti e i contatti visrtuali, o a distanza, mantengono il loro perchè. il duplice filtro che ho applicato funziona e la mia vita è meno influenzata dal mondo esterno.

un collega che stimo un giorno pre-pandemia mi disse che correvo il rischio di chiudermi e di isolarmi. quando gli ho risposto che è quello che mi fa stare bene ho capito che stavo dicendo la verità e la conferma è arrivata.

anni fa, nel colmo della depressione, mi rifugiavo in casa e mi dipingevo come un cavernicolo rannicchiato sul fondo del suo rifugio in attesa di trovare il coraggio di uscire all’aperto. be’, il coraggio l’ho ritrovato e la voglia di uscrie pure. ma… secondo i miei tempi e i miei bisogni. quando ho sentito in un anime la frase: “essere padroni del proprio tempo non ti fa temere nulla” si è aperta la luce in fondo al tunnel.

I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) - Diego De Silva - copertina

nel frattempo ho iniziato aleggere l’ultimo libro di diego de silva, scrittore che seguo da anni, sin dall’inizio della sua carriera. il personaggio principale dei suoi libri è un avvocato che di nome fa vincenzo e di cognome malinconico. napoletano verace affronta la vita e le sue disavventure con arguzia e buon senso, nonostante il suo carattere sia pigro e manchi di concentrazione.

de silva usa il suo personaggio per dispensare perle di saggezza, pronunciate con “nonchalance” da malinconico. quando le colgo mi fermo a rifletterci e spesso mi ritrovo a pensare: minchia, ha ragione.

ecco le ultime due che ho incrociato: “sono le parole improprie che cambiano la vita delle persone”; “L’amore, spesso e malvolentieri, è una resa consapevole alla logica alterata di un altro”

le ho sperimentate entrambe

la filosofia dei capi

in questi giorni stiamo lavorando su una offerta complessa e soprattutto strategica dal punto di vista economico.
il lavoro che ci aspetta coinvolgerà tutto l’ufficio: una cosa che non succedeva da anni.
in casi come questi si suddivide la pratica in sezioni che vengono assegnate ai singoli, ognuno pe rle proprie competenze.
aggiorno il mio capo su cosa sto facendo e intanto penso. non sarei io a dovergli dire cosa sto facendo: dovrebbe essere lui a saperlo visto che ha il compito di gestirmi.
a margine della nostra conversazione mi chiede di mantenermi in contatto con l’altro collega che come me ha la responsabilità della quotazione economica per valutare allo stesso modo le parti uguali tra le varei sezioni.
Nessun problema, mi dico, lo faccio già anche se non è richiesto.
Ma quando mi dice; sono questi i problemi dello smartworking, mi mordo la lingua virtuale e gli scrivo: lunedi facciamo una riunione online tra tutti e mettiamo a confronto le sezioni e tiriamo fuori tutte le parti comuni. così non ci sono dubbi

tutto questo pippone per dire che fare il capo, secondo me, ti obbliga a lavorare due volte: una per te e una per i tuoi collaboratori.
l’idea della riunione non doveva essere mia: doveva essere già prevista in partenza come momento di confronto tra i vari gruppi di lavoro.

non vedo l’ora di andare in pensione e togliermi da questa bagna (in piemontese)

brut e dry

amaro e dolce, in base al residuo di zuccheri rimasti dopo la fermentazione.

comincia così la serata dedicata alla degustazione del prosecco, organizzata come nei lunedi precedenti su zoom, con la differenza che questa volta l’aperitivo si trasforma in qualcosa di più “serio”.

per spiegare la storia del prosecco e il modo con cui degustarlo è stato invitato un ragazzo appassionato della cultura del vino e della sua divulgazione. lo si capisce subito dalle sue parole e dalla passione con cui ci parla di vigneti, di filari, di terra argillosa, di colline sopraelevate.

“la vigna che soffre fa il buon vino”. quandos ento questa frase mi viene in mente quando accudivo i due filari di vite in abruzzo, potando e togliendo le propaggini indesiderate. niente prodotti chimici e solo l’acqua piovana. i grappoli che raccoglievamo erano dolci e carnosi: un’uva sincera.

“il vino lo si gusta con i nostri sensi”. lo osservi, lo annusi, lo assaggi… si fa così anche con chi sta facendol’amore: osservi la sua figura nella penombra, tocchi lasua pelle, annusi il profumo, ascolti il suono della sua voce con gli occhi chiusi, senti il suo gusto in bocca…

il primo sorso è un prologo al secondo, più completo e aperto. il terzo ti da la misura di acidità e persistenza. dal loro equilibrio capisci se nel vino c’è l’amore e la passione di chi lo produce o c’è il solo meccanismo di produzione.

di prosecco se ne vendo circa quattrocentomila bottiglie all’anno, più dello champagne. un bel successo nazionale . ce lo vogliamo mica fare ciulare, no?

è uscito il sole…

dopo una mattinata di nuvole e pioggia.

con l’amico con cui avevo organizzato il giro in bicicletta abbiamo deciso di andare dopo pranzo visto che le previsioni danno pioggia dopo le cinque.

la domenica non si sconvolge ma assume una altra organizzazione. sono anni che passo il pomeriggio della domenica a riposare perchè dedico la mattina allo sport.

oggi sarà diverso, per una volta, e la cosa non mi da fastidio.

in passato si che mi avrebbe fatto innervosire: il non poter fare ciò che avevo pianificato mi dava frustrazione e rancore verso il destino infame.

tra i miei mille cambiamenti si è aggiunto quello della accettazione del cambiament, così come quella dell’imprevisto.

l’obiettivo è arrivare al termine della giornata con la testa libera di pensieri negativi e con la giusta stanchezza: quella che ti fa sdraiare sul sofà e ti da l’illusione di fluttuare come nei cartoni animati giapponesi.

avendo ricevuto tempo a disposizione, stamattina ho preparato le tagliatelle all’uovo. mi sono coccolato in questo modo, preparandomi da mangiare e lavorando con le mani farina e uova.

briciola se ne è stata tutto il tempo acciambellata a dormire, come se sentisse che emanavo onde radio di tranquillità.